BRASILE / Giorni 14 – 15: RIO DE JANEIRO (base Copacabana)

Tag: Copacabana, Ipanema, Cristo Redentor, Favela, ‘sistema’

L’obiettivo degli ultimi due giorni, al termine di due settimane passate a cercare di capire di cosa parliamo veramente quando parliamo di Brasile, era quello di andare a cercare il Brasile quello più classico, quello più easy, quello delle cartoline. Proprio per questo avevamo pensato di lasciare alla fine (come un addio) il Cristo Redentore e la spiaggia di Copacabana dove avevamo deciso addirittura, proprio per sciallarcela il più possibile, di alloggiare.

Gli ultimi due giorni a Rio, tuttavia, sono stati inesorabilmente nuvolosi con punte di freddo. “Mediamente in un anno mi capita di tirar fuori questo giaccone un solo giorno”, ci è stato detto. “Ecco: oggi è quel giorno”.

Copacabana è una cosa affascinante, enorme, mitologica. Lo è, indubbiamente, anche per chi non è amante delle spiagge. Quattro chilometri di spiaggia punteggiata da chioschi e campi da beach volley, che si stende a mezzaluna su una baia piena guglie lussureggianti e sinuose: cosa desiderare di più?

Le immagini da cartolina, tuttavia, sono qualcosa di estremamente fragile: sono il frutto di un’alchimia che richiede che tutti i livelli siano sotto controllo. Tanto che è sufficiente l’assenza anche di un solo “elemento”, ad esempio del “sole”, per rendere anche la cartolina Copacabana sbiadita e deludente. Per di più lo sguardo tende ad assuefarsi rapidamente. E le spiagge di Recife e di Salvador, e soprattutto la magnifica spiaggia di Ipanema che non eravamo riusciti a non vedere durante la prima tappa a Rio, ci avevano già saturato gli occhi. Certo: è sempre rigenerante poter camminare per decine di minuti su un lungomare quasi senza fine, e così è stato anche a Copacabana nonostante il meteo. Eppure, forse proprio perché le immagini da cartolina sono fragili e perché lo sguardo si assuefà velocemente, vi confesso che Copacabana vista con le nubi mi ha fatto pensare ad una popolare località balneare del nord dell’Adriatico.

Nonostante il meteo non da cartolina, abbiamo cercato comunque di approfittare degli ultimi giorni a Rio per aggiungere al nostro bagaglio immateriale qualche altra esperienza memorabile.

Durante il primo dei due giorni, in un momento in cui il cielo ha sembrato schiarirsi, abbiamo ad esempio deciso di salire fino alla statua del Cristo Redentore nonostante il cielo a tratti coperto. Come per il Pan di Zucchero, anche per giungere al Cristo la dinamica è semplice: si prende un Taxi/Uber, ci si fa portare alla stazione del tram alla base del colle Corcovado su cui sorge la statua, si fa il biglietto, si attende il proprio turno (nel nostro caso per un’ora) e quindi si sale sul trenino che porta a due passi dalla statua. La vista dai piedi della statua, imponente, si spalanca a trecentosessanta gradi sulla megalopoli sottostante: certo la visibilità è importante, ma il panorama è comunque mozzafiato. Ci si trova però a ben settecento metri di altitudine: la temperatura, specie se non c’è il sole e complice il vento, può essere ben più fresca rispetto a quella registrata a valle.

Il secondo giorno, invece, è stato dedicato al “tour della Favela”. Abbiamo deciso di aggregarci ad una visita guidata ad una Favela, ed in particolare a Rocinha, nonostante parecchio scetticismo: da un lato, temevo che una visita del genere si potesse trasformare in una sorta di squallido “safari” fatto da turisti bianchi alle spalle degli abitanti trattati come fenomeni da baraccone; dall’altro, temevo che la visita si potesse tradurre in un’occasione superficiale di vana spettacolarizzazione del dolore. Allo stesso tempo, l’idea di visitare il Brasile limitandosi a lambire le favela (come ci eravamo già trovati a fare) senza affrontarle con la guida di qualcuno in grado di farci sentire al sicuro ed allo stesso tempo di condurci nei luoghi significativi che in autonomia non avremmo mai trovato né affrontato, ci è sembrata insoddisfacente. Abbiamo quindi deciso di affidarci ad un sito di prenotazione di tour, chiamato Get Your Guide, e di sceglierne uno che – tra i tanti proposti – sembrasse  organizzato in maniera seria e vantasse un buon numero di recensioni.

Il programma del tour, gestito dall’agenzia Local55 (prenotando direttamente presso di loro si risparmia non poco) tramite l’impiego di una guida locale anglofona, prevedeva l’incontro di fronte al Copacabana Palace e quindi il trasporto fino all’ingresso della favela di Rocinha. Da lì sarebbe cominciata la discesa a piedi attraverso la favela con la possibilità di osservare da vicino la vita degli abitanti, in maniera poco invasiva (c’è chi organizza tour in Jeep: lì, l’effetto safari umano è garantito), attraversando i vicoli e visitando alcuni luoghi significativi.

La favela di Rocinha, la più grande di Rio de Janeiro con i suoi 200.000 abitanti, sorge a poca distanza dal centro. Promossa negli anni dei mondiali a “Favela modello”, e come tale non certo indicativa della vita nelle altre favela, appare oggi di fatto come una piccola cittadina solo molto più angusta della media: le case sono in muratura, le strade ed i vicoli sono pavimentati, vi sono condutture d’acqua e l’elettricità è garantita dai lampioni a cui tutte le abitazioni sono abusivamente allacciate. La favela è attraversata dagli autobus urbani, e vanta addirittura (ad una delle sue estremità) una recente fermata della metropolitana; sulla strada principale, che scorre sinuosa sul fianco della collina e che nella sua parte iniziale si chiama “Via Appia”, la spazzatura viene regolarmente ritirata e sono presenti diversi negozi in tutto e per tutto normali. Nella favela ci sono inoltre quattro scuole, posta e filiali bancarie, quelli che sembrano antichi embrioni di edilizia popolare, un sushi da asporto ed un paio di locali basici che tradiscono però già ambizioni turistiche e stratificazioni sociali insospettate. Certo: la povertà è percepibile, in maniera un po’ superiore a quella che si riscontra nella città “normale”, soprattutto nei vicoletti angusti ed umidi dove non batte mai il sole. Tuttavia, non sembra nulla a confronto con quella delle città vecchie indiane o con il livello di segregazione che si percepisce nelle township sudafricane.

Quello che, anche in questa Favela vetrina, rende questo luogo un posto incredibile e profondamente disturbante, ha però a che fare non tanto con le condizioni di vita materiali quanto piuttosto con il “sistema” che governa questa favela e che ci è stato raccontato, in maniera fastidiosamente compiaciuta, dalla guida.

“Rocinha non è pericolosa: i pericoli veri (rapine, etc.) sono a Copacabana” ci ha spiegato, esordendo, l’abitante della favela che ci ha fatto da guida: un uomo sulla cinquantina, fan sfegatato – come una parte significativa degli abitanti della favela – del presidente Jair Bolsonaro, in tutto e per tutto somigliante – nell’aspetto esteriore – ad un personaggio della working class britannica di quelli immortalati nei film di Ken Loach. “Le uniche due cose a cui dovete fare attenzione, a Rocinha, sono i motorini e le cacche di cane: per il resto, potete considerarvi al sicuro perché a Rocinha regna l’ordine e chi sgarra viene punito”.

“Rocinha è diversa da Rio de Janeiro per diversi motivi: noi abitanti di Rocinha non paghiamo le tasse, perché i servizi che riceviamo sono pessimi; e non paghiamo la tassa sulla casa perché la gran parte delle case formalmente non esiste. Ma soprattutto, a Rocinha, se succede qualcosa non si chiama la polizia ma la milizia. E la milizia, diversamente dalla polizia che è corrotta, sa come far rispettare le regole”.

Una parte rilevante della spiegazione della guida, sorprendentemente, è stata costituita da una serie di aneddoti sui metodi usati dai trafficanti per far rispettare l’ordine e per punire le persone che “se la sono cercata”: pestaggi, espulsioni dalla favela, persone che “vengono fatte suicidare”. La violenza delle gang, ha tenuto più volte a sottolineare la guida, normalmente non è indiscriminata: i metodi per eseguire le decisioni dei capi sono magari spicci, ma efficaci. Soprattutto, “chi si comporta bene e si fa gli affari suoi, comunque, non ha di che temere”: all’udire di un colpo di arma da fuoco in lontananza, la guida si è limitata ad un’alzata di spalle. “Può essere un festeggiamento o un’esecuzione, ma a noi non riguarda affatto”.

In questo contesto, la visita si è svolta in tutta serenità. Abbiamo fatto diverse pause, abbiamo bevuto una caipirinha in un bar sul ciglio della strada principale, abbiamo zigzagato per i vicoli tra i sorrisi curiosi degli abitanti allungando con discrezione gli occhi fin dentro le loro case. La possibilità di incontrare un abitante della favela non edulcorato, il sentire di dipendere – seppur per poche ore – da un individuo così sgradevole che ha dedicato buona parte del suo tempo a glorificare la mafia ed a difendere la violenza e l’abuso, con il senno di poi, sono stati un’esperienza illuminante.

Forse il miglior modo, anzi, per chiudere queste due settimane strane vissute in un continuo dentro e fuori da quella cartolina che chiamiamo Brasile ma che, probabilmente, esiste soprattutto all’interno della nostra testa.

[FINE] [Sommario]

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